Accade il 10 agosto 1960

Garibaldi, sbarcato in Sicilia nel maggio del 1860, aveva radunato attorno a sé un gran numero di “cafoni” e di “bracciali”. La promessa delle terre ai contadini: questa la molla che aveva spinto tanti diseredati ad accorrere lesti sotto il purpureo vessillo. Per gente nata e vissuta nella povertà più assoluta, che si era spezzata la schiena e spellate le mani per lavorare una terra che era sempre di altri, si trattava di una rivoluzione epocale. Fu così che fiduciosi e festanti accorsero da ogni angolo dell’isola ad infoltire i ranghi del variegato esercito meridionale. Quello che avrebbe consentito a Garibaldi di conquistare un regno quasi senza colpo ferire. Passati i giorni dell’euforia, però, i braccianti presero a rumoreggiare e diventarono impazienti. Il generale aveva promesso la terra ai contadini. E loro se la sarebbero presa. Tra il giugno e il luglio del 1860 in parecchi paesi della Sicilia i contadini occuparono i latifondi dei baroni e del clero. Una sorta di “esproprio proletario” che anticipava, di fatto, le promesse di Garibaldi. Più o meno la stessa cosa accadde a Bronte, popoloso comune del catanese, adagiato sulle pendici occidentali dell’Etna. Anche qui i contadini avevano occupato le terre che appartenevano in gran parte alla “ducea”, un’immensa area agricola che nel 1799 il re Ferdinando IV di Borbone aveva donato ad Horatio Nelson per ricompensarlo dei preziosi servigi arrecati durante la tumultuosa parentesi della Repubblica Napoletana. Di fronte all’occupazione, alle proteste del console Goodwin che temeva per la sorte dei suoi connazionali e alla richiesta di aiuto degli amministratori della ducea, Garibaldi, che non voleva e non poteva entrare in rotta di collisione con l’Inghilterra che tanto si era adoperata per la sua impresa, decise di intervenire. Intanto i contadini di Bronte continuavano a tumultuare. Furono incendiate e depredate molte case e si contarono 16 morti, tutti agiati proprietari terrieri e ricchi possidenti. Fino a che il 6 agosto a Bronte non arrivò Gerolamo Bixio, detto Nino, il fido attendente di Garibaldi. Il quale non ci pensò due volte ad usare il pugno di ferro e le maniere forti. Il paese fu posto in stato di assedio e dichiarato “colpevole di lesa umanità”. Iniziò subito la caccia spietata ai responsabili della sommossa. In soli tre giorni la questione fu risolta. Assicurati alla giustizia i presunti colpevoli, dopo un processo farsa, una “commissione mista di guerra” decretò cinque condanne a morte. Fu fucilato all’alba del 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, il vecchio avvocato liberale Nicolò Lombardo, che si era consegnato spontaneamente, e con lui altri quattro poveracci che niente avevano a che vedere con i disordini. Fu giustiziato persino il 50enne Nunzio Ciraldo Fraiunco, infermo di mente, da tutti considerato lo scemo del paese che, sopravvissuto alla gragnuola di pallottole, pur implorando a gran voce la grazia, venne finito con un colpo di rivoltella alla tempia. Nino Bixio intanto, ritto sul cavallo e impettito nella sua austera uniforme, osservava il tutto con aria compiaciuta e soddisfatta. I corpi furono lasciati sul sagrato della chiesa per un giorno intero come severo monito per gli abitanti del luogo. Il 12 agosto Bixio, ultimata l’eroica missione, fece affiggere nei comuni del catanese un manifesto con il quale annunciava il ripristino della legalità. “Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti… Guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico…”. A molti potrà sembrare strano o inverosimile, ma l’unità d’Italia fu anche questo.


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