Il 2 luglio del 1871 il re Vittorio Emanuele II di Savoia entrava trionfalmente a Roma accolto da una folla festosa ed acclamante. Da quel giorno Roma diventava ufficialmente la capitale del Regno d’Italia, sostituendo Firenze. Qualche mese prima, era il 20 settembre del 1870, i bersaglieri del generale Raffaele Cadorna, profittando del disimpegno della Francia impegnata nella guerra con la Prussia, avevano conquistato la città, mettendo fine al potere temporale della Chiesa. Veniva così a realizzarsi il sogno del conte di Cavour che più volte aveva affermato: “Senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costruire”. Il re sabaudo s’insediò nello splendido palazzo del Quirinale, quella residenza che Pio IX aveva conservato fino alla fine. E quando il generale Alfonso la Marmora chiese al papa di consegnare le chiavi, così rispose in modo sprezzante: “Questi ladri adesso pretendono anche le chiavi per aprire le porte? Le abbattano se così vogliono”. E infatti per entrare si dovette chiamare un fabbro, tale Giovanni Capanna, che con i suoi arnesi riuscì ad aprire il robusto portone. Ritornando a quel 2 luglio, il re varcò le mura cittadine alle ore 12.30: con lui nella carrozza il sindaco principe Francesco Pallavicini, il presidente del Consiglio dei ministri Giovanni Lanza e il generale Maurizio de Sonnaz. Lungo il tragitto verso il Quirinale il sovrano fu fatto oggetto di un festoso lancio di fiori da parte dei cittadini romani. Entrato nel palazzo, Vittorio Emanuele si affacciò più volte dal balcone per salutare i suoi sudditi. Il giorno seguente si tenne in suo onore una grande festa in Campidoglio. Quella sera stessa, deludendo non poco i romani, il re ripartì per Firenze. Negli ultimi anni di regno, il sovrano sabaudo si fermò raramente a Roma. Il governo acquistò persino la tenuta di Castel Porziano, dove il re avrebbe potuto usufruire di una riserva di caccia e praticare così una delle sue più grandi passioni. Ma pure questo non servì a molto. L’aria dell’Urbe, evidentemente, non gli si confaceva.
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